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«Teofanès nella festa barocca napoletana»: L'intervista a Leggendaria

LeggendariaL'intervista di Nadia Tarantini ad Antonella Cilento pubblicata sulla rivista Leggendaria n.128 di marzo 2018:

«Teofanès nella festa barocca napoletana»

Normanni, arabi, longobardi, amalfitani; e poi maghe, monache, Sangennare, Virgiliane, mosaici che si animano come Morfisa, la madonna nera che attraversa epoche e mondi. L’anno mille partenopeo trionfa in una scrittura di “placida crudeltà”. Ne parliamo con l’autrice.

di Nadia Tarantini

L’uovo di Virgilio si fa femmina, insegna a uomini e donne l’arte della creatività, il pensiero diventa azione concreta e immaginifica. Dicono che l’uovo regga la città di Napoli – ma nel nuovo romanzo di Antonella Cilento ha su di sé ben altre responsabilità. Postula che sia possibile reagire con la bellezza ai culti della guerra e della violenza; è alleato del sogno, dentro il quale possiamo agire i desideri e le relazioni, spogliate delle convenienze del potere. Accoglie e accetta le diversità. E scombina il tempo, il tempo lineare dell’infinito progresso senza sosta – che macina le nostre vite. A favore del tempo ciclico delle donne, che muore e rinasce, che va avanti e torna indietro. Si serve dell’acqua. L’acqua che viaggia. L’acqua che dorme. Eppure Morfisa o l’acqua che dorme non è un gioco metaforico fine a se stesso, anche se le metafore ci sono. È invece un viaggio avventuroso lungo i secoli e le etnie, affollato di personagge e personaggi, di avventure, di vita. Di stagioni dell’esistenza. Siamo nell’anno Mille e a Napoli si mischiano, nel Ducato bizantino (di fatto unici cinque secoli in cui la città sarà di fatto indipendente), Normanni, Arabi, Longobardi e Amalfitani. Principi salernitani. Ognuno con la sua lingua peculiare, l’accento che rimanda a una storia ma anche a un carattere, a una disposizione d’animo. Vi si combattono le continue battaglie di due schiere di donne: le Virgiliane addobbate in rosso, le Sangennare vestite di nero. Ma le quattrocento pagine del romanzo sono tutte innervate di figure femminili: donne ebree custodiscono bachi da seta in seno; monache si congiungono a nerboruti Normanni; piccolissime figure umane compaiono dentro le bottiglie, così ridotte da una fattucchiera monacata; altre monache volano; mosaici all’improvviso si animano e Morfisa, la madunnella nera, la Teodokòs, si trasforma in aquila, in pesce e persino in cinghiale. Morfisa che sogna e vede in corpo di balena, Morfisa che attraversando le acque capta i secoli passati e futuri. E c’è Efisia dai denti di rana; ci sono Irene, Bactu, Basilissa e Maria Merenda. Crisorroè dai capelli d’oro. Fino a farci immaginare, a metà del libro, il «Ducato delle femmine» (grazie!). Ma il protagonista è maschio, anche se affetto da passione incorreggibile per altri maschi; e viene da Costantinopoli a Napoli per portare via con sé proprio Crisorroè, sposa bambina dell’Impero, già segnata da incesti, sottratta a quel matrimonio pedofilo grazie all’orribile assassinio che la vede vittima prima dell’arrivo di codesto Teofanès: poeta che non riesce a scrivere il poema che sente dentro – sempre tradito a se stesso dalla parola scritta. Subito abitato da figure mitiche, da Virgilio mago alle Gorgoni, da Sibille e Menadi, Furie e Arpie (che invece sono Sirene), Morfisa o l’acqua che dorme è una festa barocca che non dispiacerà certo a chi ha già amato, di Antonella Cilento, Lisario o del piacere delle donne, ambientato proprio nel Seicento.

Così le chiedo: a che si deve il fatto che solo scrittrici e scrittori napoletani/e riescano a manifestare nei loro romanzi il magico napoletano senza scadere in tutte le possibili trappole, dal folclore al falso melodramma o addirittura al ridicolo?

« Le radici profonde di quel che appare e dispare in Napoli sono per me tutte consegnate alle letture dell’infanzia: Anna Maria Ortese letta a dieci anni in prima media. Anna Banti: Tela e cenere è una matrice del mio immaginario; e insieme Hoffmann, che a Napoli non è mai stato ma a Napoli ambienta uno dei suoi racconti più terribili e magici, e che mi è sempre sembrato intimamente napoletano, o tedesco-napoletano come molti di noi sono, come è l’Elmina del Cardillo addolorato… Amo un bellissimo racconto di Fabrizia Ramondino, che è straordinaria in ogni più piccola riga che ci ha lasciato, Il fratello di Enzino, dove si parla di barbieri, marchette e operai ma tutto è incantato e ambiguo: due fratelli si scambiano i ruoli e la proletaria povertà dei vicoli diventa all’improvviso spiritata, magica. E anche quando a raccontare Napoli sono scrittori che non la respirano, una parte potente della sua evocazione traspare: la città, la sua storia e i suoi abitanti sono pervasivi. Ma certo, come tu dici, sono gli scrittori napoletani ad avere la malattia magica da sempre, non tutti con la stessa intensità, il maestro assoluto è Basile: fiaba e magia insieme.

Ma il racconto non reggerebbe, il peso delle multiple fantasie lo schiaccerebbe, se non ci fosse l’alata parola di Antonella Cilento. Lingua pastosa, intessuta di reminiscenze. Lingua materna che non può disconoscere l’aspro, il crudele, il marcio della vita. Così le dico: trovo nella tua scrittura lampi che definirei di «placida crudeltà», molto femminei, di cui mi potresti forse rintracciare le ascendenze (napoletane?).

« Era placidamente crudele il teatro che vedevo da bambina, le voci popolari, feroci ed esilaranti di Concetta e Peppe Barra risuonano nella mia immaginazione quasi più di quella di Eduardo. Erano placidamente crudeli le battute dei miei zii e zie, di mio padre, dei miei nonni. Voci che risalivano a Mastriani o a Ferdinando Russo. Però la declinazione finale credo sia mia e basta.

È arrivato il tempo, lo stesso del romanzo, in cui il Ducato bizantino di Napoli passi in una delle mani che se lo contendono; e il papato, ben protetto dietro le armature normanne, ha intrecciato le sue trame fino a Bisanzio, conquistando alleati segreti. Il viaggio dell’ignaro Teofanès, lungo tutto il libro, è costellato di rivelazioni, come in un grandangolo si smargina la scena, sia dal punto di vista geografico che temporale. E arriverà fino al decennio che precede, a Napoli, il terremoto del 1980. Ma da tempo il poeta ha abbandonato la sua missione originaria – ha scoperto che l’uovo di Virgilio produce storie e rende poeti sublimi anche le mezze calzette come lui, perciò lo insegue lungo i secoli, sempre preceduto da Morfisa. Ma di che si nutre, in finale, la passione di Cilento per il passato?

« Da sempre ho la sensazione di abitare in una compresenza di epoche e anime: Ortese scriveva che Napoli è una città dove i francesi e gli spagnoli non si sono accorti di essere morti e continuano a vagare fra i vivi. Il passato è una grande lente sul presente, sicché, anche quando ho scritto romanzi o racconti ambientati nel presente, il passato vi gioca un ruolo centrale, penso a Neronapoletano, La paura della lince o La madonna dei mandarini. Il passato è una grande trama che conserva e tradisce il nostro presente: se non lo sappiamo leggere, ricadiamo sempre negli stessi errori. L’ingenuo Teofanès protagonista di Morfisa è vittima del suo passato, dell’infanzia e di una Napoli che ignora: dunque, il suo destino non può che avvitarsi nell’infinita ripetizione del futuro. Infiniti errori, infinite, ridicole trappole: forse è così che vedo a volte le nostre vite.

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